Giuseppe Verdi e l'Italia risorgimentale

Submitted by gremus on Mon, 11/06/2006 - 17:40

L’Italia del 1842, anno nel quale vi fu la prima rappresentazione di Nabucco era un’Italia complicata e arrovellata su posizioni contraddittorie.
Il problema non si limitava alla frammentazione geografica e politica, che comunque c’era. Vi erano anche elementi di profondo contrasto tra la popolazione, discontinua sia dal punto di vista culturale, che sociale, finanche linguistico.
Incredibilmente il freno all'unità nazionale non risiedeva nelle pretese di dominio straniero ma veniva posto direttamente dalla popolazione, che poi da quella unità doveva trarne beneficio.

Oltre la divisione segnata sulla carta geografica ce ne era un’altra, ben più complessa, e che sfuggiva a qualunque mappatura: la microdivisione territoriale e culturale trasversale alla macrodivisione dei poteri regnanti.

Gli italiani per secoli e secoli si erano scontrati l’un l’altro per ragioni meramente locali e campanilistiche. Paradossalmente l’intervento del potere regnante straniero, autoritario, portatore della legge, era l’unico tampone a queste continue faide nascenti nel microterritorio.

Sin dalle epoche medievali le invasioni di francesi, spagnoli, tedeschi, arabi o napoleonici venivano accolte come auspicate risoluzioni alle diatribe che minavano la pace sociale di intere aree di popolazione. Detto in parole povere, nell’indole italiana si era ormai radicata l’idea che solo l’autorità straniera potesse mantenere le redini di un popolo disordinato e litigioso.

Il sentimento unitario, liberal-nazionale era diffuso presso il mondo culturale ma smilzo presso la massa popolare.

Ciò che mancavano, fra la popolazione italiana del periodo storico che va sotto il nome di Risorgimento, erano elementi accomunanti, elementi che potessero rappresentare motivi comuni ai quali riferirsi come simboli di unitarietà etnica o culturale.

Persino la lingua non era la stessa in tutta Italia. Al nord si parlavano idiomi francesizzati (per la maggior parte) o germanizzati. Al centro, e soprattutto in Toscana, si parlava una lingua che si poteva considerare la più contigua all’attuale italiano. Al sud si parlavano innumerevoli dialetti, alcuni dei quali completamente incomprensibili ad un piemontese o ad un lombardo.

Il mondo culturale cercò in diversi modi di porre rimedio a questa situazione. Gli scrittori e gli umanisti diedero il loro contributo ma raccolsero benefici solo a lungo termine. La letteratura godeva di una diffusione minima: inoltre fra il riverbero umanistico e la popolazione si frapponeva il baratro dell’analfabetismo che nella prima metà dell’ottocento rasentava in Italia la percentuale dell’ottanta per cento.

Vi era solo una forma d’espressione culturale ed artistica che possedeva le caratteristiche per imporsi come segno di cultura italiana, unitaria e simbolica. Una forma artistica nella quale le parole erano abbastanza importanti ma non le uniche a trasmettere i messaggi espressivi; una forma costituita da più espressioni artistiche, unite a formare costrutti ad alto potenziale comunicativo.

Questa forma artistica era l’opera lirica, l’opera italiana, anzi, a dirla proprio tutta, l’opera verdiana.

L'opera lirica Risorgimentale

Quando Verdi portò Nabucco alla Scala era un giovane di ventinove anni che non faceva sospettare particolari velleità patriottiche o sobillatrici. Verdi aveva un unico desiderio, fortissimo e comprensibile. Voleva affermarsi artisticamente, voleva uscire da quel tunnel buio nel quale era entrato negli ultimi anni e nel quale aveva sopportato tragedie immense come l’annientamento della sua famiglia, gli stenti placati solo dall’aiuto di Barezzi e di qualche amico, l’umiliazione prodotta dall’insuccesso di Un giorno di Regno.

Verdi ambiva al successo, alla tranquillità economica, all’indipendenza.

Perciò quando si ritrovò fra le mani il libretto di Nabucco è improbabile che si fosse messo a tavolino per progettare un’opera che avrebbe inaugurato il risorgimento musicale italiano.

Sono le combinazioni, le famose combinazioni che generano i grandi successi. Fu una combinazione il fatto che il libretto contenesse la storia di un popolo oppresso da un potere straniero. Fu una combinazione il fatto che Verdi potesse rappresentare quest’opera alla Scala, nel più importante teatro italiano, in una delle città dove il movimento liberale si stava animando. NON fu una combinazione la musica travolgente che Verdi seppe imporre a questo libretto, una musica accesa, infiammata, vivida. Era questa la musica dell’anima verdiana ed era perfettamente calibrata per evocare una sentimentalità patriottica.

Tuttavia Verdi era persona di intelligenza strategica straordinaria. Comprese immediatamente quale veicolo di successo poteva rappresentare il filone patriottico risorgimentale e non si lasciò scappare l’occasione.

L’opera successiva a Nabucco fu I Lombardi alla prima Crociata. Opera “clone” rispetto a Nabucco. Stessa sequenza di brani, cori posti con funzione drammatica analoga, temi musicali con evidenti similitudini, focosità replicata ed accresciuta.
Ancora opera di masse, di grandi temi popolari. I Lombardi alle prese con una Crociata, ed i riferimenti alla grande Crociata che gli italiani dovevano decidersi ad intraprendere furono intenzionalmente marcati. Peccato che tutto ciò vada un po’ a scapito della qualità generale, inferiore a Nabucco sia dal punto di vista drammatico che musicale.

Ma ciò che Verdi cercava era l’effetto. E per raggiungerlo utilizzò ogni mezzo. Tamburi, trombe squillanti, cori, preghiere, invocazioni a Dio, tutto ciò che poteva infiammare il pubblico.

Il popolo, protagonista in Nabucco come nei Lombardi, si presentava però in quest’ultima con ruolo diverso, opposto rispetto a quello che contraddistingue lo sfortunato popolo ebraico di Nabucco.

Una prova di questa diversità ce la offre il coro “O signore dal tetto natio”, simile al “Va pensiero” nel ruolo emotivo ma antitetico nella psicologia di fondo.

Nel “Va pensiero” gli ebrei sognano la loro terra natia; nel coro de I Lombardi i milanesi sognano le loro belle colline nebbiose, fresche e attraversate dai fiumi.
Ma mentre nel “Va pensiero” gli ebrei sono conquistati ed oppressi dai cattivi assiri, nel coro dei Lombardi, i lombardi sono ad Antioca, durante una Crociata, a giocare il ruolo di invasori, di conquistatori.
I sogni dei lombardi non sono sospinti dalla rassegnazione ma dalla stanchezza, dall’arsura, dalla voglia di tornarsene a casa, stanchi delle troppe scorribande e del troppo sangue riversato.

Piccola differenza che comunque ci mostra quanta diversa intenzione ci sia fra le due opere. Verdi, nei Lombardi, comincia a porre i buoni fra gli attivi, i belligeranti. I buoni non sono più gli ebrei rassegnati, ora sono i lombardi battaglieri.

Detto questo si pongono come impellenti due domande: possiamo dire che l’opera verdiana funse da potente catalizzatore risorgimentale? E possiamo allora mettere fra i patrioti risorgimentali Giuseppe Verdi?

 

Giuseppe Verdi patriota?

Cominciamo dalla seconda domanda, alla quale in parte si è già risposto.
Verdi è patriota attivista nella misura in cui rientra nei suoi interessi esserlo.

In quel momento scrivere opere patriottiche significava ottenere successi fragorosi ed internazionali. Per cui a Verdi andava benissimo. Non è sostenibile l'idea che Verdi avrebbe scritto melodrammi patriottici se non fosse coinciso con le sue più urgenti impellenze: il successo, i soldi, l’indipendenza.

C’è un fatto che in questo contesto risulta significativo.

Era d’uso dedicare le proprie opere a qualche persona particolarmente cara al compositore o perlomeno meritevole di un atto così onorifico.
In molti avrebbero meritato le dediche poste innanzi alle prime opere di successo verdiane, Nabucco e I Lombardi: Antonio Barezzi ad esempio, oppure i suoi maestri, Provesi a Busseto o Lavigna a Milano, oppure la moglie defunta, o i genitori.

A chi dedicò invece queste due opere risorgimentali e patriottiche? La prima fu dedicata alla Serenissima Arciduchessa Adelaide d’Austria. Ma possiamo riconoscere che al momento della dedica Verdi non aveva ancora misurato il potere politico della sua creazione.
La seconda, I Lombardi, fu dedicata alla Duchessa di Parma Maria Luigia ex moglie di Napoleone.
E qui Verdi sapeva di battere un colpo al cerchio ed uno alla botte.

C’è un altro elemento illuminante che, fra l’altro, ci torna utile per introdurre anche un nuovo oggetto di studi e riferimenti importante: l’epistolario, le lettere.

In una lettera del 1848, cinque anni dopo la composizione de I Lombardi, Verdi si rivolse ad uno di quelli che divennero i suoi più stretti collaboratori ed amici: Francesco Maria Piave, librettista veneto.

Il 4 marzo 1848 era stato emanato il famoso Statuto Albertino che sarà legge fondamentale dello Stato Italiano fino al 1948. Il 23 marzo Carlo Alberto, spinto dai patrioti milanesi, dichiara guerra all’Austria: è la prima guerra d’indipendenza. L’8 aprile i bersaglieri sconfiggono a Goito gli austriaci.
Verdi, che risiedeva a Parigi da qualche mese, tornò in Italia, apparentemente per partecipare in qualche modo ai moti rivoluzionari, in realtà per acquistare casa a Busseto.
Busseto era nel Ducato di Parma, fuori perciò dal conflitto lombardo-piemontese/austriaco.
Tornò a Milano di passaggio e il 21 aprile scrisse questa lettera a Piave il quale invece si era fatto soldato.

Una piccola annotazione: Piave era di tre anni più vecchio di Verdi.

A Francesco Maria Piave
 

Milano 21 aprile 1848
 

Caro amico,

Figurati s’io voleva restare a Parigi sentendo una rivoluzione a Milano. Sono di là partito immediatamente sentita la notizia, ma io non ho potuto vedere che queste stupende barricate. Onore a questi prodi! Onore a tutta l’Italia che in questo momento è veramente grande!

(...)

Tu mi parli di musical! Cosa ti passa in corpo? Tu credi che io voglia ora occuparmi di note, di suoni?... Non c’è ne deve essere che una musica grata alle orecchie delli Italiani del 1848. La musica del cannone! Io non scriverei una nota per tutto l’oro del mondo: ne avrei un rimorso immenso consumare della carta da musica, che è sì buona da far cartucce.

(...)

Tu sei guardia nazionale? Mi piace che tu non sia che soldato semplice. Che bel soldato! Povero Piave! Come dormi? Come mangi?... Io pure, se avessi potuto arruolarmi, non vorrei essere che soldato, ma ora non posso essere che tribuno ed un miserabile tribuno perché non sono eloquente che a sbalzi. Bisogna che torni in Francia per impegni e per affari. Immaginati che oltre la seccatura di dover scriver due opere, io ho là diversi denari da esigere, e tanti altri in biglietti di Banca da realizzare.

(...)

Giuseppe

 

Questa bifrontalità dell’atteggiamento verdiano è piuttosto frequente e la si può rilevare in molte vicende della sua vita.
Non era una bifrontalità fine a se stessa ma asservita allo scopo di permettergli di raggiungere gli obiettivi preposti.
Le contraddizioni, le incongruenze, gli atteggiamenti quasi al limite dello “snobismo”, rientrano nel progetto che Verdi attuò con grande precisione e che, poco alla volta, l'avrebbe condotto alle mete poste chiaramente innanzi alla propria missione artistica.

A questo punto rispondiamo all’interrogativo sul patriottismo del personaggio Giuseppe Verdi con una ulteriore domanda: avremmo preferito descrivere un Verdi coerente e sincero ma schiavo di un qualche potere sia esso progressista o conservatore, e portatore di un’arte schiava anch’essa, oppure preferiamo il Verdi quale esso è stato, autore del grande patrimonio eclettico e libero che conosciamo?

Più opinabile appare invece un effetto della chiara ambizione al successo del Verdi di questo periodo: il fatto che siano qui e la’ diffuse, nella produzione collocata fra Nabucco e Rigoletto, degli squarci di qualità inferiore rispetto al potenziale già manifestato.

Tuttavia possiamo dire che alcune pagine, apparentemente deboli e un po’ troppo “commerciali”, sono giustificabili dalla scelta di ottenere prima il successo e l’appagamento economico e poi, una volta raggiunto, impegnarsi nell’esprimere qualche cosa di nuovo ed originale.

Va anche ribadito che una scelta opposta, privilegiante l’immediata ricerca della novità, si sarebbe trovata innanzi la barriera conservatrice del gusto popolare, la stessa barriera che aveva dissuaso poco prima Bellini o Donizetti o Rossini.

Non ho dimenticato l’altra domanda e cioè se l’opera di Verdi possa essere considerata catalizzatrice rispetto ai moti risorgimentali. La risposta è netta: fu enormemente catalizzatrice.

Fu la forma di espressione artistica, di comunicazione e di propaganda più popolare e di alta diffusione del periodo risorgimentale.

Se gli scritti mazziniani avessero avuto una frazione della diffusione che ebbero Nabucco, I Lombardi alla prima Crociata, La battaglia di Legnano e le altre opere del primo periodo verdiano (le opere che scrisse nel periodo detto "gli anni di galera"), forse, e sottolineo forse, i monarchici avrebbero avuto qualche grattacapo in più al momento di organizzare il governo della nuova Italia unita.

Nel prossimo articolo uno sguardo agli "anni di galera"

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