Traviata e la prima perfezione

Traviata e la prima perfezione

Violetta Valery, cioè Traviata, nacque attorno al 1824, in Francia, a Parigi. Esisté davvero. In verità non si chiamava Violetta Valery: il suo nome era Alphonsine Duplessis. Di lei si innamorò quasi per caso lo scrittore Alessandro Dumas figlio.

Diciamolo subito: Alphonsine fu una mantenuta, una delle più celebri del tempo. Tuttavia era difficile riuscire a non invaghirsi di lei; tutt'ora ci si innamora del mito che questa figura ha rilasciato.
La storia di una "traviata" benestante, mondana, minata dal cosiddetto "mal sottile", la tisi o tubercolosi per intenderci, che abbandona gli agi di una vita ricca unicamente per amore diventa mitologia. Ma c'è un ulteriore elemento che rende questa storia inedita ai tempi in cui fu concepita. E' una storia vera, una storia reale che trae spunto dalla realtà. Non utilizza come fonte una leggenda, un mito greco o medievale oppure un racconto storico.
Non è ambientato, nelle intenzioni di Dumas e poi di Verdi, in un feudo cinquecentesco. E' una vicenda contemporanea, che riguarda una ragazza che abita a qualche isolato di distanza da noi.

Violetta ci riceve a casa sua durante una cena con amici. Baroni, baronesse, duchi, contesse e c'é anche un giovane. Si chiama Alfredo Germont. Un giovane di buona famiglia, non ricco, serio e già innamorato di Violetta. Lui è innamorato; lei non ancora. Anzi: Violetta è sorpresa da tutto ciò. Alfredo è il primo che confida il proprio amore a Violetta.

Contraddizione? No! Ho detto che era difficile non innamorarsi di lei. Ma la cultura borghese, la cultura dalla quale provengono i frequentatori della bella ragazza, non vede di buon occhio un innamoramento palese per una mantenuta. Alfredo, giovane e forse ingenuo, non bada ai giudizi o meglio, ai pregiudizi. Ama Violetta e la desidera tutta per se.
Vuole redimerla? Forse. Inizia con un Brindisi. Un brindisi alla Bellezza.

Le feste sono da sempre crogiolo di nuovi amori, veri od effimeri. Lo sono nella realtà e perciò lo sono anche in questa storia. Alfredo riesce ad appartarsi con la graziosa Violetta e le sue parole sono inequivocabili: Un dì, felice, eterea, mi balenaste innanzi........

Violetta ha paura. Ricambiare un amore vero, esclusivo...
Alfredo, in verità, amava Violetta già da tempo, sebbene le avesse potuto parlare direttamente solo durante questa festa. L'aveva già veduta in altre occasioni, e se ne era invaghito, ma solo ora trova il coraggio per dichiararsi.

C'è persino un preludio a questo incontro. Pochi giorni prima Violetta ebbe un attacco violento del male che la minava. Solo lui, Alfredo, e nessuno degli amici, più o meno protettori, si informò sul suo stato di salute. Solo lui si recò presso la sua abitazione per chiedere, non visto da lei, sul suo stato di salute. Questa circostanza impressionò Violetta. Chi mai poteva interessarsi a lei così intensamente! Ed ora una dichiarazione d'amore. L'amore è cosa seria. Per Violetta rappresenta rinunce. E La vita mondana? L'agiatezza? Le follie?

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Dopo la festa trascorrono tre lune, che per noi equivalgono a poco meno di tre mesi. Tre lune romantiche, di passione. Violetta ha preso la sua decisione e del resto come poteva lei, sola, in una desolata Parigi, rifiutare le profferte amorose di un giovane bello e innamorato.
Poi un giorno si presenta a casa Valery un uomo d'affari. Distinto benché non nobile. Un borghese, medio borghese: si vede che è un padre di famiglia. Violetta lo riceve curiosa di capire cosa desideri.

Chi sia quest'uomo è subito chiaro e anche a cosa miri. E' il padre di Alfredo e vuole che lei, Violetta, lo respinga, senza indugi. Dice che la loro relazione può compromettere un altro affetto già destinato da tempo al connubio: quello fra la sorella di Alfredo e un non ben definito giovane di buona e severa famiglia. Violetta tenta di opporsi alla richiesta. Ma poi cede! Cede alle parole di questo distinto signore.

La musica dice molto di più di quanto dicano le parole. La musica descrive la sofferenza di Violetta. La musica preannunzia il sacrificio.

A questo punto sorge normalmente negli spettatori un sentimento di avversione verso le pretese del Signor Germont.
"Che persona antipatica e che ipocrita questo Signor Germont padre! Il fidanzato della figlia! Certo che poteva inventarne una migliore per nascondere il proprio stupido pregiudizio!"

Si, però, diciamoci la verità!
Quanti accetterebbero di buon grado che il proprio figlio si sposi con una ex-mantenuta? Quanti in fondo si comporterebbero come papà Germont?
Si impone la visione da un'altra prospettiva.

Violetta è una figura eroica.
Lo è perché si impone il sacrificio. Dal sacrificio della lussuria a quello della felicità d'amore fino a quello estremo: il sacrificio della vita stessa.
Ma si sacrifica per far felice la sorella di Alfredo? Illogico! Violetta prima lascia la sua vita di voluttà e ricchezza per amore di Alfredo poi improvvisamente rinuncia a questo grandissimo amore perché forse la sorella di Alfredo potrebbe avere qualche problema, ammesso che la circostanza raccontata dal vecchio Germont sia reale? No, non regge.

Allora si sacrifica perché ormai esausta dell'essere vittima di pregiudizi? Nemmeno! L'età giovanile di Violetta mal si accompagna a sentimenti così remissivi, soprattutto ora che si è determinata a cambiar vita!
E allora perché si sacrifica?

C'é un termine che ci può illuminare, un termine che nell'ottocento mitteleuropeo romantico ebbe il suo peso: "redenzione"!
"Redenzione? Caspita! Ma questa parola è fondamentale per comprendere tutta l'opera dell'altro grande dell'opera ottocentesca, cioè Richard Wagner"!
Sì certamente! Ma anche per Verdi la redenzione ha un significato profondo.

Violetta non lotta contro nessuno, ne' contro Papa' Germont, ne' contro Alfredo nemmeno contro i pregiudizi e via dicendo. La questione di Violetta è fra sè e la propria anima.
Quando Papà Germont dice a Violetta:

Per voi non avran balsamo
I più soavi affetti!
Poiché dal ciel non furono
Tai nodi benedetti.

scocca una freccia che va diritta all'anima convulsa di Violetta. E' lì che Violetta comprende quale sia l'unica via d'uscita dalla sua vita misera e infelice: non l'amore di Alfredo ma la redenzione.
Un sacrificio per ottenere il perdono divino e l'assolvimento in cielo. Se così non fosse non si spiegherebbe l'amore filiale che Violetta proverà poi per il vecchio papà Germont.

Non dimentichiamo che l'epoca romantica vide un certo riaffermarsi della morale religiosa e spirituale posta a guida della vita terrena ma anche a viatico per la redenzione ultramondana.
Violetta intravede subito quale sia il proprio destino.
Papà Germont lo intuisce anche se non si rende pienamente conto dell'effetto messianico che ha avuto nei confronti di Violetta. L'unico a non capire proprio nulla, e a scomporsi, è Alfredo: quando riceverà un biglietto di Violetta che gli comunicherà che tutto è finito non capirà, o non vorrà capire, anche se Violetta con il celebre "amami Alfredo" cerca di fargli intendere quanto lo ami e quanto quello che sarebbe avvenuto di lì a poco le costi.

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Ed il finale di questa storia è scontato. Anzi, probabilmente la storia è già finita. Sono solo i corpi, i fantocci dei personaggi che devono concludere le loro vicende, mentre le loro anime, le loro essenze hanno imboccato la loro ineluttabile via.

Violetta morirà fra le braccia di chi ha amato, fra questi Alfredo e il padre Germont. Quest'ultimo assurgerà a ruolo di padre universale elevando così al vertice il concetto di amore paterno, di guida paterna.

Ma l'inesprimibile, l'acustico messaggio musicale, ci guida più di quanto possano fare le parole, i commenti, le letture ragionate. La musica è ormai tutt'uno con il dramma. Anzi! Da dopo La Traviata si verificherà un fenomeno insospettabile solo qualche decennio prima: la musica diventerà protagonista drammatica, solco psicologico della vicenda.

Verdi con La Traviata raggiunse il primo obbiettivo: quello di riportare la musica al centro della drammaturgia, levandola dal culto vuoto del "belcanto".

Con La Traviata Verdi raggiunge la "prima perfezione"

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