La ricerca della felicità

La ricerca della felicità

Alla ricerca della felicità

Ci sono più cose nella vita di ogni essere umano di quante ne ammettano le nostre teorie su di essa. Quante teorie, modelli, principi e norme poniamo a sentinelle e guide per la nostra esistenza e quante volte invece la nostra stessa esistenza si fa "un baffo" di tutto ciò e ci pone davanti a qualcosa che non avremmo mai immaginato, mai teorizzato?

E se proprio dovessimo fare un bilancio di ciò che è stata la vita fino a quel momento quale parte ci esalterebbe di più: quella teorizzata o quella che si è formata da sé? E, ultima domanda, quante volte le nostre teorie hanno smorzato, piegato o annullato ciò che invece la vita ci stava proponendo?

La citazione in testa a questo articolo è del celebre psicanalista James Hillmann ed è tratta dal saggio Il Codice dell'anima, un libro complesso ma che chiede di essere letto e riletto per i tanti spunti di riflessione che offre. Ma non è del libro che voglio parlare bensì di un'idea che ho imparato da anni a far mia e che Hillman sviscera fino all'essenza originaria: l'idea che ognuno di noi incorpori due vite: l'una è quella che immaginiamo, teorizziamo, controlliamo e ci illudiamo di dominare; l'altra è quella che scorre da sè, che ci regala scorci di esistenza straordinari ma dalla quale spesso ci distacchiamo, ci allontaniamo perché non prevista dalla vita calcolta, quella che ci fa credere progettisti di qualcosa, la vita appunto, che ci sfugge di mano continuamente.

Sin dal concepimento la nostra esistenza dipende da una combinazione di elementi imponderabili. Si può perdere la vita già nel grembo materno, oppure quando si è ancora totalmente dipendenti dalle cure dei genitori. D'altro canto proprio lì, in quel momento di meravigliosa crescita fisica, umana e psicologica, il bambino non calcola nulla, non teorizza, non pone alcunché a sentinella della propria esistenza. Ci sono i genitori, è vero, ma qualunque genitore sa che ad un certo punto il proprio figlio appare diverso da come egoisticamente lo si era pensato, quasi progettato, teorizzato.
Non appena il proprio figlio entra a contatto con il mondo dove i genitori non ci sono (l'asilo, la scuola, gli amici, gli sport ecc.) egli diventa un "unicum", una persona che vive una vita propria.

I bambini a quell'età hanno ancora una vita unica, che si propone davanti ai loro occhi con la magia del sempre nuovo, del mai visto, riempiendo i loro sensi di sorpresa. Ci pensano i genitori a forzarli nella forma che loro stessi hanno modellato in base alle teorie. Un figlio felice, un figlio industrioso, malleabile, sano, ubbidiente e ben educato, lontano dai guai, timorato di Dio; un figlio da godersi insomma. Questo è il progetto che hanno i genitori i quali, quasi sempre, pretendono di avere il potere di creare felicità, di costruire come ingegneri la serenità dei loro figli, senza badare al fatto che spesso loro stessi sono incapaci di crearsela per sè stessi, la felicità.

Per migliaia di anni gli uomini erano certi che l'esistenza fosse in mano ad entità superiori, i quali disegnavano ogni singola vita tracciando un "destino", un percorso ineluttabile che prende per mano l'uomo sin dalla nascita e lo conduce fino all'ultimo respiro. Era anche un modo per dare un senso ad un vivere che poteva essere davvero duro. Tuttavia le poche sorprese che la vita poteva riservare ad un semplice contado medievale venivano accolte con una felicità ed uno stupore indimenticabile.

Non appena l'evoluzione sociale ha moltiplicato le occasioni di vita si è fatto largo il concetto, anzi la teoria, che alcune sorprese riservate dalla vita dovessero essere accolte ed altre no. Si è aperta la via all'architettura dell'esistenza, a quella particolare progettistica che pone ogni individuo nella condizione di viaggiare tra i paesaggi del vivere a bordo di una navicella che può seguire solo una strada: quella dettata dalla propria mappa di vita: questo lo posso vedere, questo no; questo lo posso vivere questo no; questo mi da' felicità questo no!

La nostra vita non è quella che ci offre l'immenso serbatoio di meraviglie che è il cosmo, con tutte le sue bellezze, le sue persone, i suoi affetti e le sue emozioni: la nostra vita è quella che noi immaginiamo e progettiamo. Se non la troviamo così come l'avevamo progettata essa ci delude, ci sconvolge, ci getta nell'infelicità. La ricerca della felicità diventa la ricerca di risposte alle domande sbagliate e non ci interessa nulla se talvolta anche un briciolo di serenità, di fugace felicità ci può provenire da qualcosa che non avevamo progettato.

La fiducia che sia la vita stessa a poterci cullare e coccolare si perde non appena si smette di essere bambini, si smette di credere alle fiabe, ci si immerge nell'illusione che la vita sia realmente e totalmente sotto il nostro controllo. E guai a pensare che non sia sempre e solo così: la paura ci fa scappare, ci spinge ad allontanarci, ad annullare, a rinunciare a tutto.

La navicella della felicità non ammette deviazioni. A qualunque costo!

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