Le decisioni: i perchè di una scelta

Le decisioni: i perchè di una scelta

Nell'articolo Dostoevksij immortale ho raccontato quali esperienze mi hanno spinta a decidere circa gli studi universtari da intraprendere dopo il diploma e ora mi chiedo: si è trattato di pura passione ed entusiasmo o sono intervenute anche altre motivazioni di natura più complessa e solo in parte conosciute?

Tutte le scelte compiute dagli esseri umani, siano esse importanti come la scelta di un corso di studi, di un lavoro o marginali come indossare un vestito o ascoltare un brano musicale dipendono da una serie di decisioni prese seguendo dei meccanismi complessi a volte consci, a volte assolutamente inconsci.

Lo studio dei processi decisionali è di per sé materia assai complessa e investe diverse discipline. La Teoria Classica delle decisioni è stata formulata in ambito economico e ne costituisce ancor oggi un capitolo fondamentale. Questa teoria si basa su alcuni presupposti fondamentali: il decisore segue sempre il proprio interesse personale, conosce i mezzi idonei per raggiungerlo, ottimizza l'utilizzo delle risorse per conseguire i propri obiettivi. Agisce quindi seguendo un principio di "razionalità olimpica" ( Elster, 1983) Il che è quasi sempre irrealistico. A tal proposito sono state sviluppate varie teorie alternative tra cui la più nota è quella della "razionalità limitata" proposta dal premio nobel per l'economia Herbert Simon: il soggetto non conosce esaustivamente tutte le opzioni di scelta e le sue risorse sono limitate e quindi deciderà in modo da conseguire l'obettivo più facile da raggiungere nel contesto in cui si trova. Tuttavia anche questa teoria cerca di ricondurre le strategie di scelta a dei "calcoli mentali" validi per tutti i decisori.

Recenti ricerche nell'ambito dei giochi a informazione completa hanno mostrato come sia impossibile ricondurre i meccanismi decisionali ad un unica categoria valida per tutti e come questi possano essere modificati anche da uno stesso individuo a seconda del contesto in cui si trova. Proprio la teoria evoluzionistica dei giochi ha rivelato come il decisore non sia un'entità onniscente mossa esclusivamente da un ostinato perseguimento del proprio interesse egoistico e quanto i criteri di scelta possano essere modificati a seconda dell'andamento del gioco e del contesto momentaneo.

Nel momento di prendere una decisione vi è anche un richiamo inconscio ad una serie di informazioni che non sono di natura razionale ma del tutto emozionale. In altre parole i processi decisionali hanno sicuramente un fondamento logico in ragionamenti formali ma vi è anche un richiamo di informazioni di natura emotiva che ci aiuteranno nel prendere le decisioni. Questi segnali diventano più significativi nel momento in cui si debba prendere una decisione con forte incertezza in termini di risultato futuro. In questi casi, prestare ascolto ai segnali inconsci può essere assai utile in termini di tempo e energia rispetto a lunghe e minuziose analisi razionali che spesso portano alla "non scelta".

Spesso la "non scelta" avviene proprio perchè tutte le nostre "voci" interiori non sono d'accordo. Razionalmente vediamo aspetti positivi e negativi ma dentro di noi paura, ansia e passate esperienze influenzano il nostro presente. A tal proposito vorrei ricordare che a livello istituzionale le decisioni vengono prese secondo un procedimento testato, approvato e considerato universalmente "democratico": la legge del 51%. La maggior parte delle scelte nel mondo vengono prese quando il 51% delle persone sono d'accordo. E' un principio che abbiamo accettato per tutte le istituzioni che ci governano e che decidono del nostro vivere ma non sempre riusciamo ad accettarlo per noi. Cosa succede dentro di noi quando, nel momento di prendere una decisione, il cinquant'un per cento è d'accordo e il quarantanove no? Molliamo? Continuiamo? E se aveva ragione il quarantanove contro? E come facciamo a sapere quando abbiamo raggiunto il 51% a favore?
A quest'ultima domanda rispondo con quanto detto sopra: ascoltare i segnali interiori, fidarsi dei segnali "emozionali", insomma, segure l' "intuito" senza dilatare troppo nel tempo la presa di decisione e senza indugiare su dubbi irrisolvibili e spesso paralizzanti.

Antonio Damasio, scienziato, studioso del rapporto tra cervello ed emozioni, ha verificato come in presenza di lesione del lobo frontale, si possano mantenere intatte le proprie capacità intellettive, la coscienza, la possibilità di pensiero logico e di linguaggio ma risulta irrimediabilmente lesa la possibilità di prendere decisioni importanti. Altrettanto compromessa risulta essere la normale capacità di provare emozioni e sentimenti. Ci sarebbe quindi una correlazione fisioligica molto chiara tra la "diminuzione" del segnale emozionale e la capacità di prendere decisioni vantaggiose.

Rimane sempre la paura di sbagliare. A tal propostio propongo a voi la stessa facilissima strategia che mi ripropongo ogni mattina: decidere, agire, capire cosa non ha eventualmente funzionato, prendere una nuova decisione. Il vero fallimento non sta nell'errore ma nell'incapacità di agire, di perseverare, di andare fino in fondo. Non è facile, lo riconosco e ne sperimento la fatica ogni giorno..... ma è l'unica strategia valida che ad oggi conosca per vivere con coraggio una vita che sia vera e meritevole di essere vissuta. Concludo con le stesse parole con cui lo zar di Russia Pietro il Grande terminva i suoi discorsi: "L'indugio è simile alla morte!"

gremus
Bel post e interessante; come il solito. Grazie DonaFlor!

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