Complessità amica

Complessità amica

Una certa linea di pensiero mira alla semplificazione, alla riduzione sistematica dell'essere attraverso progressivi annullamenti fino a trovare l'essenza più autentica. La filosofia occidentale ha percorso la via opposta: ha delineato un uomo sempre più complesso, mutabile nel tempo e nelle circostanze, sofferente per il continuo capovolgersi del mondo a lui esteriore, e di quello interiore.

La condizione di equilibrio è un anelito che può essere intravisto attraverso due pertugi: l'accoglienza della complessità come base di ogni riflessione, oppure l'annullamento, l'annichilimento come viatico all'esistenza passiva, una pace ritrovata scegliendo la desistenza invece che l'esistenza.

La seconda via è per me inavvicinabile, convinto come sono che ogni sofferta rinuncia - si può rinunciare ad un cioccolatino senza traumi; più difficile rinunciare all'inseguire un sogno, un ideale - porti con se' inevitabilmente l'aumento della contorsione strutturale della nostra psiche.
Invece scoprire giorno dopo giorno la nostra liquida complessità e quella altrui è il primo passo verso la consapevolezza che non possano esserci soluzioni semplici a dinamiche complesse; e forse, lo stesso parlare di "soluzioni" può essere limitante per la maggior parte dei momenti esistenziali più o meno problematici.

L'essere umano è complesso fisicamente, strutturalmente ma soprattutto psichicamente. La meravigliosa macchina che è il nostro cervello, ci guida senza che noi stessi se ne comprenda fino in fondo le scelte. La nostra psiche è vitale, curiosa, insaziabile di vita, di sensazioni ed esperienze, incapace di annoiarsi o di arrendersi. La nostra mente è ciò che noi saremmo se noi stessi non disponessimo di quel piccolo ma potentissimo controllo che la imbriglia in paure, in ossessioni, in sfiducie verso la sua potenzialità. Dalla lotta immane fra mente libera e volontà scaturisce la complessità, che talvolta trascina verso una reale dissociazione - nella concezione freudiana - tra es, io e super-io.

Al di là delle teorie psicanalitiche il vissuto di ciascuno di noi ci pone costantemente di fronte a scelte, dilemmi e situazione di incomprensione. Spesso il tutto deriva dalla convinzione che il proprio universo sia più complesso di quello percepito dal nostro prossimo; che la quantità di problemi aperti nei quali ci dilaniamo tra noi e noi sia un'eccezione di fronte ad un mondo esterno che pretendiamo equilibrato, stabile, semplice e sereno.

Acquisire la ferma consapevolezza che due o più persone quando si relazionano mettono in relazione due universi di complessità vastissime è ciò che rende le relazioni più empatiche, più vicine e solidali. Ognuno di noi appare generalmente molto meno complesso al nostro prossimo di quanto noi stessi pretenderemmo che accada. Per contro noi stessi amiamo immaginare il prossimo sgravato dai pesi che condizionano la nostra esistenza. Nella realtà ognuno vive la propria complessità in maniera intensa e riuscire a far compenetrare l'un l'altra queste complesse strutture è il principio di qualunque autentica relazione sociale, a qualunque grado.

Accettare la complessità comporta anche prendere coscienza di due componenti essenziali dell'agire umano: il muoversi nella costante imperfezione e la reale possibilità di fallire, di sbagliare, di dover rifare da capo o cambiare direzione.
L'imperfezione è il momento di forza principe che ha mosso l'essere umano verso l'evoluzione. Senza la consapevolezza assoluta che la perfezione non è dominio umano l'intero genere umano non avrebbe potuto diventare ciò che è oggi. Nessuno di noi è perfetto e la perfezione, forse, è solo un asintoto mobile verso il quale tendere. D'altro canto ciascuno di noi è meraviglioso nella sua imperfetta complessità. Il genio giace nell'imperfezione mentre la perfezione è l'ultimo stadio prima del vuoto.

La fallibilità è il prodotto della ricerca, del muoversi tra imperfezioni e complessità, del provarsi e migliorarsi. Raramente si evolve senza sbagliare. Nessuna vita è priva di fallimenti di ogni tipo e di ogni genere. Ogni fallimento lascia una traccia nel nostro vissuto, traccia che va a comporre la nostra complessità. Sta a noi e solo a noi lasciare che quella traccia diventi alleata o nemica; nel primo caso il fallimento è un nuovo elemento per comprendersi e comprendere ciò che ci sta attorno, e poi per migliorarsi. Nel secondo caso il fallimento è una vergogna da nascondere, gravando di contorsioni autolesionistiche la nostra complessità e rinunciando al prezioso portato di insegnamento che proprio quel fallimento ci può offrire.

La complessità umana è ciò che rende ogni essere umano straordinariamente interessante ed unico. Più sentiamo la complessità, la perfettibilità e la fallibilità di noi stessi, più possiamo comprendere l'universo che vive attorno a noi, altrettanto complesso, perfettibile e fallibile.

E se non ammettiamo la complessità dell'altro, la nostra stessa complessità rischia di divenire incomprensibile.

Anche a noi stessi!

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