Trentenni oggi e la chitarra di Hendrix

Trentenni oggi e la chitarra di Hendrix

Quando Jimi Hendrix incendiò la sua Stratocaster al Monterey Pop Festival io avevo solo cinque anni e in casa mia si ascoltava Nicola di Bari o giù di lì. Il pop underground, la Beat generation ed il festival di Woodstock li ho conosciuti dai libri e dai racconti degli amici più grandi, i sessantottini. Però da metà anni settanta cominciavo a guardarmi attorno con quel briciolo di consapevolezza che ti fa ricordare ciò che vedi. Vedevo coetanei incazzati o disperati, manifestazioni, cortei, eskimi sgualciti e siringhe agli angoli delle strade. Noi teenagers dell'epoca degli yuppies eravamo considerati fancazzisti in cerca di sballo mentre quelli che avevano avuto l'età per vedere Hendrix fare a pezzi la sua chitarra cominciavano a prendere posto nelle redazioni dei giornali, nella politica ed in ogni dove. Quell'Hendrix lì loro non lo avevano capito per nulla. E non l'hanno capito ancora adesso, solo che ora fanno i politicanti di professione, gli opinionisti, i filosofi ed i sociologi.

Di cose poi ne ho viste, vissute e sofferte sulla mia pelle. Dalle illusioni del collettivismo scolastico alla Milano da bere, dalle bombe in piazza fino a mani pulite. Ma i giovani, quelli del settanta, poi quelli dell'ottanta e poi ancora tutti gli altri che sono venuti dopo sono sempre stati rigorosamente considerati una "spesa"; non una risorsa, non una voce da ascoltare, non un riferimento per progettare il futuro.

Prima del sessantotto si dice che la gioventù, quella dai quindici a trent'anni era semplicemente ignorata, come non esistesse, voci afone della società e persino della famiglia. E' in quel contesto che sono nati i figli della guerra, i miei genitori e tutti quelli che ora vivono la pensione. Poi il "sessantotto" ha riscattato, apparentemente emancipato i ventenni, finalmente capaci di far arrivare il proprio pensiero al di là della propria ombra. Gli slogan, i propositi, le speranze. Per tutti sembrava: solo per loro in realtà. Perché poi quegli stessi giovani - quelli che ora sbandierano il vessillo del nuovo in politica, quelli che a cinquantacinque sessant'anni ci vengono a fare i predicozzi moralistici e si presentano come verginelle riformatrici - dei giovani, dei più giovani di loro in questi anni se ne sono "sbattuti" totalmente. Hanno permesso che la scuola diventasse uno scempio, che il lavoro si trasformasse in un lusso e che l'Italia fosse una pattumiera a cielo aperto.

Un miracolato dei nostri tempi si è permesso di definire i trentenni di oggi dei "bamboccioni", incapaci di affrancarsi dalle gonnelle materne; uno di quelli che non muove un dito senza mostrare il display del tassametro, e che se avesse vissuto in Alsazia forse sarebbe stato meglio, per l'Italia ovviamente. Uno che delle difficoltà incredibili che un giovane di oggi deve affrontare per metter su casa e famiglia, per vivere con fiducia il futuro, per procedere con ottimismo nonostante la spazzatura che gli cresce intorno, non ha la minima percezione.

Ma non è solo di questi miracolati la responsabilità. E' anche di tutta quella generazione che ha creduto di aver emancipato i giovani senza essersi preoccupata di verificare nel tempo se il processo si fosse realizzato per davvero. Eppure di segnali che le cose non andassero proprio in tal senso ce ne sono stati molti, moltissimi.
Il fatto che i giovani sin dagli anni settanta cominciassero a dare segni di sofferenza, di disillusione, di smarrimento in un mondo che invece sembrava poter distribuire vin brulè dalle fontane e posti di lavoro come omaggi natalizi (a spese di chi l'abbiamo scoperto poi), agli appena meno giovani poco interessava.

I "drugat" erano coglioni e basta. E ricordo l'amico Massimo, di una bontà e gentilezza uniche, uno di quelli che si faceva in tre per aiutare chi avesse bisogno: falciato a diciottanni dalla droga. I suoi occhi erano smarriti sempre, tranne quando si faceva, dove invece si chiudevano. Ma ricordo poi i compagni di studio che quando avevamo vent'anni eravamo frizzanti di propositi e di progetti; e poi a trent'anni ci si evitava per non dover raccontare delle proprie delusioni. Ma questo accadeva negli anni novanta, prima che tutto il sistema politico, economico, sociale e quant'altro fosse mandato a gambe all'aria dai pool ex sessantottini, dai girotondini coll'eskimo nel passato ed il maglioncino di cachemire in quel presente.

Poi incontri i giovani di oggi, i trent'enni di oggi, i figli dei sessantottini, di quelli che hanno emancipato il mondo, e ti rendi conto che non è cambiato nulla. Anzi è peggiorato. Perché almeno negli anni novanta uno straccio di lavoro o ce l'avevi o non ce l'avevi. Ora invece il lavoro ti dicono che ce l'hai ma non ti pagano; e giri, giri, giri per portare a casa quattro euri.

Ma cosa peggiore, cosa terribile è che la fiducia nel futuro, nella possibilità che credendo in un ideale ce la si possa fare, tutto ciò sembra rimosso dalle proprie ambizioni. Questo è il mondo in cui sono costretti a vivere i giovani di oggi. E nessuno sembra accorgersene: l'importante è la riforma elettorale!

Jimi Hendrix dava alle fiamme la sua chitarra così come uno sciamano cerca di dar vita propria all'oggetto che più ama. Molti imbecilli che stavano a guardarlo non hanno capito niente e hanno pensato subito all'estintore.

Dell'estintore ne hanno fatto il totem di vita.

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