Libertà di curarsi o di curare?

Libertà di curarsi o di curare?

Una legge sul testamento biologico è necessaria. Una più chiara definizione di cosa si intenda per accanimento terapeutico è necessaria. Uno straccio di parlamento che sappia recepire, discutere, approvare o respingere questioni che implichino posizioni etiche diverse è ciò che dovrebbe meritarsi uno stato laico e civile. Ma la necessità prioritaria di assicurarsi il voto di questo o quel potere annichilisce tutto, in primis libertà ed uguaglianza.

Le cronache riportano alla ribalta la vicenda umana e, in un certo senso, politica di Piergiorgio Welby. Oggi, però, i protagonisti si sono moltiplicati e insieme al caso Welby si dibatte sui casi di Giovanni Nuvoli e di Antonio Trotta. Casi diversi, soprattutto quello di Trotta, e che io accomuno solo per dimostrare quanto sia pernicioso infilare tutta la questione dentro il sacco sporco dell'eutanasia o dentro quell'altro, non meno imbrattato, della difesa di diritti tramite imposizione di doveri.

Ma procediamo con ordine e partiamo all'inverso. Il caso di Antonio Trotta è drammatico ma semplice. Poco più di due anni fa Trotta, italiano residente in Svizzera, è rimasto vittima di un incidente stradale. Ciò ha provocato il coma; un coma che però consentiva a Trotta di dimostrarsi ricettivo e vigile durante le cure presso l'ospedale di Basilea. Addirittura pare che si nutrisse autonomamente riuscendo persino ad alzarsi: questo è ciò che sostiene l'avvocato Cassarà. Io che non sono medico non sono in grado di stabilire se vi sia compatibilità fra lo stato di coma e l'alzarsi in piedi con le stampelle, ma preferisco credere che quel coma, forse, non fosse così profondo.

Sorprendentemente, le autorità mediche svizzere decidono che invece Antonio Trotta dovesse essere trascurato, posto in condizioni di declino obbligato, trasferito dall'efficiente ospedale di Basilea ad una struttura geriatrica, senza cure e riabilitazione. Insomma hanno deciso che Trotta doveva essere lasciato morire perché giudicato senza speranza.

Il punto focale, da sottolineare, è che Antonio Trotta non ha mai chiesto che le cure gli venissero sospese, non ha sottoscritto un testamento biologico, e non ha mai espresso desideri di rifiutare cure e riabilitazione. Le cure, in Svizzera, gli sono state sospese d'ufficio, e con il beneplacito della moglie.

I genitori di Antonio Trotta, i fratelli ed i parenti della sua famiglia di origine hanno fatto la stessa cosa che avrei fatto io: hanno prelevato il figlio dal ricovero geriatrico, l'hanno portato in Italia e l'hanno messo in mano a medici ed avvocati più rispettosi della vita altrui. Lo hanno fatto in barba a quel vincolo famigliare fra marito e moglie che per alcuni è sovrano (così è stato interpretato in Florida nel famoso caso di Terri Schiavo), ma che per altri trova per fortuna limiti nel buon senso.

Oggi Antonio Trotta può ricominciare a sperare in un futuro di vita possibile, così come il diritto italiano glielo garantisce.
Perché il caso di Trotta è così diverso dai casi di Welby e di Nuvoli? Perché il primo non ha chiesto che le cure gli venissero sospese mentre gli altri due sì. Nel primo caso le autorità mediche svizzere si sono incamminate verso il pericoloso sentiero che porta all'eutanasia, cioè al provocare la morte di una persona, in questo caso per omissione di cura.

Negli altri due casi due persone senzienti hanno deciso di chiedere ciò che ciascuno di noi, senzienti ma anche autonomi nelle nostre azioni, può fare in ogni minuto della nostra vita: rifiutare le cure mediche. Quante volte il medico consiglia di non fumare, di non ingozzarsi di fritti e grassi vari; quante volte ci consiglia una cura che decidiamo di interrompere dopo due giorni; quante volte accade che per se o per i propri cari si decida di non tentare quell'ultima operazione chirurgica perché le probabilità che si riveli efficace sono ridotte; quante volte capita di lasciarsi consumare dalla depressione, dal "mal di vivere" benché cure ed aiuti medici oggi è provato possano aiutare chi è vittima di questi malanni.

Se si entra in un ospedale per una banale gastroscopia e non si firma il "consenso informato" il medico non può procedere con l'esame. Lo stesso per qualunque tipo di intervento chirurgico, dal più semplice ai più complessi.
Questa libertà di scegliere è concessa per legge a tutte le persone in grado di decidere e/o di agire autonomamente. Invece, se una persona può decidere ma non può semplicemente uscire con le proprie gambe da una stanza dove viene curato, allora viene privato di tutti i diritti e di tutte le libertà che sono concesse a chi è autonomo.

Questa iniquità è drammatica e va corretta. E compie azione di guerriglia ideologica chi tira in ballo, laddove la materia è una regolamentazione più chiara sull'accanimento terapeutico, questioni legate all'eutanasia. E' un'altra faccenda, un altro capitolo, un'altra storia. L'eutanasia è vietata ed è giusto che lo sia. Ma un medico che imponga la cura ad una persona che la rifiuti oltre ogni ragionevole confronto o dubbio, non è un difensore della vita perché non ne riconosce l'essere ma solo il corpo. Il corpo è parte dell'essere, non la sua essenza.

Il testamento biologico, infine, è uno strumento che consente, a chi lo desideri e solo a chi lo desideri, di lasciar segno delle proprie volontà in caso di privazione delle facoltà cognitive e comunicative. Non è uno strumento obbligatorio ma solo opzionale per chi desideri farne uso. Perché un certo modello di pensiero deve sempre preferire il divieto alla semplice concessione della "possibilità"?

Uno stato di diritto, dove la libertà è regolata dalla legge, dovrebbe essere simile a quei software per computer, che ti offrono mille strumenti coerenti con un modello progettuale, e che ogni singolo utente, consapevolmente, decide di utilizzare sfruttando solo quelle decine di opzioni che ritiene utili.
Nessuno è obbligato ad utilizzare le "macro" in Word. Chi non le utilizza non ne chiede la rimozione, ma chi le utilizza è contento della possibilità. In Word non c'è comunque un comando per distruggere tutto il disco rigido, e di questo sono contenti tutti.

E' giusto che l'eutanasia sia vietata.
Circa invece il testamento biologico nessuno ne sarebbe obbligato a farne uso. Ma la mancanza di possibilità è un vuoto per chi invece vorrebbe servirsene e perciò una limitazione della libertà.

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