L'Europa di questo o quello

L'Europa di questo o quello

L'intervento che il Presidente Napolitano ha esposto ieri a Strasburgo è di quelli che dovrebbero far discutere, conquistandosi la prima pagina. Invece in prima c'è al massimo un trafiletto di richiamo. Segno che della questione europea molti europei non sanno più che farsene. Se non fosse per l'Euro e per quella ottantina di fortunatissimi Eurodeputati, ai quali è riconosciuto a peso d'oro il dolce far niente, a Strasburgo ed a Bruxelles avrebbero già trasformato i palazzi dell'Europarlamento in miniappartamenti.
Allo stato delle cose l'Europarlamento appare vittima del sortilegio della "bella addormentata nel bosco": tutti dormono, dorme la principessa, il Re e tutta la corte.

Poi arrivano i principi di turno, con in mano la scarpetta/Costituzione di cristallo - sto mischiando le fiabe lo so, però il mischiare fa' molto "europeista" - cercando di misurare il piede, anzi il polso di chi l'Europa dovrebbe rappresentarla. Prima arriva il ministro d'Alema, poi il Presidente Napolitano, i quali, va riconosciuto, suonano la sveglia più giusta: la Costituzione europea, una Costituzione Europea, o la si ratifica o si chiude baracca! Questo perché l'Unione Europea, quale è oggi, non serve quasi a nulla, imbrigliata com'è da regolamenti e meccanismi costruiti per scongiurare alla fonte qualunque decisione.

Il problema però è capire chi sono i destinatari di queste sveglie. I mittenti ci sono, il pubblico che applaude anche, ma i destinatari dove stanno?
In linea di principio i primi, primissimi riceventi dovrebbero essere quegli Eurodeputati che sono lì a farla, questa benedetta Europa. Sono loro che dovrebbero utilizzare la maggioranza del loro tempo per costruire dal di dentro quelle convergenze che a tutt'oggi mancano.
Soprattutto gli Europarlamentari italiani, forti di una ratifica della Costituzione Europea passata per via parlamentare, dovrebbero giocare un ruolo propulsivo verso l'approvazione del trattato costituzionale, individuando con i rappresentati degli stati refrattari, vie di intesa.

L'attività degli Eurodeputati è invece sfuggente ed inapprezzabile nella sostanza. Scrivono libri, partecipano a dibattiti televisivi di politica interna, si occupano di questo e quello: quasi mai di Europa. Qualcuno si lascia addirittura sfuggire qualche "boutade" euroscettica, che dovrebbe ricevere compenso di sana pianta, del piede.

Poi c'è un'altra questione che riguarda quali possibili vie di intesa si prospettino dinnanzi all'obbiettivo di formulare un'unione europea di sostanza e non di sola forma.
Qualunque sforzo si voglia fare per ottenere convergenze, esso deve partire da posizioni di "possibilità", tralasciando invece l'intransigenza. Così rimettere sul tavolo il testo della Costituzione 2004 così come è, senza accettare alcun minimo negoziato può essere pericoloso.
Posto che quel testo è un buon testo, tuttavia qualunque possibilità di accordo non può che passare o attraverso un forte lavoro di informazione popolare (e torniamo al ruolo degli Eurodeputati) o attraverso una qualche discussione che porti a riformulare qualche principio in maniera più largamente accettabile.
Chiaro che se il prezzo è quello di ridurre un trattato europeo ad un regolamentino da bocciofila meglio chiudere tutto ed aspettare tempi di maggior maturità.

Infine un ultimo punto. Dell'Europa si parla e si è parlato soprattutto in occasione degli allargamenti posti in essere o solo annunciati. Sulla questione dell'integrazione in Europa della Turchia si sono consumate le più controverse discussioni.
In pratica ciò che conta di più pare che sia il connotato culturale e religioso di questa Europa che non c'è. Così, a parte la questione turca, molti detrattori della Costituzione del 2004, lamentano la mancanza di una chiara identità cristiana. Ed io, come mi capita spesso in queste acque, non capisco se è una questione di valori o di altro.
La Carta Costituzionale, nella parte seconda, richiama in maniera esplicita uno dei documenti laici più densi di valori universali e cristiani: la Carta dei diritti fondamentali emanata a Nizza nel 2000.
Se la cristianità diventa un marchio da apporre similmente a come si applica il bollino del certificato di qualità, credo che alla cristianità stessa non si faccia alcun bene.

Per concludere, il tutto deve inizialmente trovare riscontro nella volontà di accettare un principio di Unione che conservi il rispetto della sussidiarietà ma che non diventi zimbella dei nazionalismi e dei protezionismi economici e culturali di questo o quello.

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