La guerra al posto del dialogo

La guerra al posto del dialogo

Per oggi alla Camera è previsto il voto sul rifinanziamento delle missioni internazionali, col pensiero rivolto alla missione in Afghanistan. Quasi certamente il voto sarà favorevole, sia alla Camera sia la Senato; si costituirà una maggioranza trasversale, lo sappiamo, e così si salveranno capra (il governo) e cavoli (la missione). Cavoli amari, perché per il nostro contingente si tratterà di affrontare una guerra prevista, data come certa, forse già iniziata e comunque, all'apparenza ineluttabile. E' su questa ineluttabilità della guerra che vorrei riflettere.

La diplomazia, anzi il dialogo, sono ormai da rubricare nella pagina dei fallimenti. Ha fallito l'Onu, ha fallito il parlamento europeo, hanno fallito le cancellerie, i trattati, i protocolli e quant'altro. La speranza che l'abbattimento dei muri, la globalizzazione delle relazioni e i buoni propositi potessero davvero scongiurare il perenne ricorso ai conflitti per regolare i rapporti fra gli umani è andata a pallino, sommersa ormai dalla convinzione che non vi sia altra via oltre la guerra, più o meno giusta, più o meno santa.

Sia ben chiaro: non sono un retore del pacifismo col paraocchi. Sono perfettamente consapevole che il dialogo sia una forma di comunione a due e che coi "taliban" afghani è pressoché impossibile instaurare alcuna forma di dialogo che non preveda la resa ai loro profitti.
Tuttavia, la convinzione che il nuovo millennio stia riportando l'umanità intera a forme di incomunicabilità preoccupanti nasce da un'analisi che va oltre i conflitti più in vista.
La rinuncia al dialogo parte dalle grandi questioni che stanno alla base dei conflitti, e finisce nelle famiglie, nei rapporti fra amici, coniugi, genitori e figli. O forse è il contrario: parte da ognuno di noi e finisce negli scontri interculturali.

Ovunque si volga lo sguardo si misura quanto sia forte quello che Hillman chiamava "Il grande amore per la guerra". Guerra calda, ma più spesso fredda, glaciale, composta da silenzi ed urla alternate, senza che quella difficilissima ma meravigliosa capacità di dialogare, di esprimere le proprie ragioni, di difenderle pure, ma sempre su di un piano eminentemente dialettico, resista alla tentazione di elevare muri e steccati.

Argomentare su un tema sta diventando un vezzo sempre più individualistico: io dico la mia, tu dici la tua ed egli la sua; dialogare, cioè confrontare le proprie argomentazioni, difendendo le proprie senza cedere alla tentazione di attaccare direttamente l'argomentatore, è ormai all'ordine del giorno. Non ricordo chi disse che quando non si riesce ad opporre idee ad idee si preferisce opporre il giudizio o l'insulto. Ed è ciò che succede ormai ovunque: in politica, nel sociale, nelle scuole, nei centri di aggregazione, finanche negli oratori e nelle famiglie.

Vanno sempre più di moda le aggregazioni omogenee, i circoli monocolore, gli associazionismi con argomentazioni contingentate ed i settarismi. Tutte forme che badano bene a selezionare sulla base delle idee, affinché ci si conformi a questo o a quel pensiero unico. L'idea che sta alla base di questo bizzarro modo di socializzare è che se confronto debba esserci è meglio che sia ad un livello superiore rispetto alle singole persone. Si pensa così che una massa di individui con pensiero uniforme possa sostenere con più forza le proprie idee, buttando il confronto non più su di un piano dialogico ma esclusivamente su di una prospettiva sindacale, dove si rivendicano diritti e si perorano cause. E' inevitabile che la deriva di questo individualismo massificato sia il muro, il conflitto, la guerra.

Ogni individuo, estratto da questi raggruppamenti post-massonici, appare come incapace di sostenere una relazione umana che vada oltre l'ordinario "buongiorno, buonasera". Questo limite caratterizza le relazioni a qualunque livello sociale: dal posto di lavoro alla scuola alle famiglie.
Pare che i divorzi aumentino a dismisura e che una quota rilevante di unioni matrimoniali fallisca entro i primi quattro anni. Si dice che ciò sia causato dalla legge sul divorzio, e chi lo dice fa sindacalismo. Perché non può esserci legge che imponga alle persone una convivenza disarmonica se non infelice. La questione è invece legata al ragionamento fatto fino a qui: le coppie scoppiano perché non sanno più dialogare, non sanno trovare punti di confronto, di scambio, di complementarità. Vince e stravince l'individualismo, cioè la convinzione che la propria integrità ideologica non possa essere messa affatto in discussione. E' vero che le grandi ideologie si sono consumate nel trasversalismo, ma solo a livello macroscopico. Ogni individuo, oggi, è legato alla propria ideologia più che alla stessa possibilità di vivere in serenità con il resto del mondo.

Basta un niente perché la persona che fino al giorno prima ti salutava per strada volga improvvisamente la testa dall'altra parte. I dialoghi vengono interrotti senza che se ne siano chiarite le ragioni. Ogni inezia è principe e sovrana nel governo dei rapporti umani. E più si inneggia alla pace ed all'amore e più si rinforzano i filtri selettivi.
La guerra, in questo contesto, è ormai fra tutti noi, una guerra fredda, ideologica ed insolubile.
L'integrazione è una chimera se l'uomo ormai è sostanzialmente disintegrato dal suo individualismo.

Fino a che il silenzio o l'urlo continueranno a prevalere sul dialogo, la guerra rimarrà sempre più prevedibile e pronosticabile della pace.

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