Il lavoro che c'è

Il lavoro che c'è

La politica è lenta e sempre in ritardo. La lentezza comincia dal non saper osservare il paese, e come conseguenza dal proporre soluzioni già vecchie in partenza, oltre che tutt'altro che giuste. La politica, a più riprese, vorrebbe indurre i giovani ad adattarsi a fare un lavoro lontano dalle proprie competenze accettando ciò che offre il mercato del lavoro.

Francamente, non è un consiglio che vorrei sentir dare da politici che governano un paese che sta via via perdendo qualità, eccellenza, e ruolo nell'economia mondiale. Forse lo potrebbe dare un parroco e comunque, lo ripeto, i giovani già da anni si laureano in architettura per finire a fare gli infermieri, si laureano in medicina per fare i programmatori, si laureano al conservatorio di musica per poi fare i commerciali.

I guru del management, i grandi pensatori che allestiscono le visioni futuribili, perfino i giuslavoristi più acclamati raccontano quotidianamente di quanto sia importante indirizzare il mondo del lavoro a politiche di eccellenza, di meritocrazia, di competenza. Dalla pubblica amministrazione fino alle piccole attività professionali è ormai assodato che solo un orientamento alla qualità potrà salvare l'impresa e il paese stesso sia in una prospettiva microeconomica sia nella visione più ampia dei mercati comuni internazionali.

Il problema è che molti di questi pensatori confondono, all'atto pratico, l'eccellenza e la meritocrazia con l'efficienza. Si prenda ad esempio la pubblica amministrazione. Un autentico orientamento all'eccellenza ed al merito richiederebbe che il lavoratore riversasse nel suo ruolo tutta la sua competenza e il suo intuito affinché trovi soluzioni propedeutiche all'innovazione, alla modernizzazione, alla crescita ed alla risoluzione dei molti problemi che affliggono la macchina pubblica. In questa logica è chiaro che un giovane deve essere selezionato in base alla competenza. Il percorso formativo, la scuola e le università, devono offrire al mercato del lavoro figure che sappiano muoversi con eccellenza e merito.

Tutt'altra faccenda è invece non badare alla competenza del lavoratore, tralasciare i problemi della scuola e delle università, incapaci di formare davvero professionisti capaci, per poi venire a raccontarci che bisogna verificare il merito e la qualità dei lavoratori reclutati con logiche da mercato delle vacche. Quanta efficienza può esprimere un responsabile di un ufficio iniziative culturali di un qualsiasi comune, che sia un laureato in medicina o un diplomato Isef? E' più meritevole uno che riesce a far passare dalla sua scrivania 100 pratiche al giorno apponendoci una firma tanto per fare o uno che riesce a creare con competenza un sistema di valutazione mirata di ciascuna pratica? Il primo è un efficiente burocrate; il secondo un eccellente e meritevole lavoratore esperto.

Detto questo, che senso ha consigliare ai giovani (e meno giovani) di fare ciò che già fanno, cioè di accettare qualsiasi lavoro capiti pur di tirare a casa la michetta di pane? Io trovo che la politica debba essere più eccellente e competente, iniziando magari a porre tra i ministeri più importanti quello dell'istruzione e della ricerca, perché è da lì che bisogna iniziare a ricostruire un collegamento fra il mondo dei giovani e quello del lavoro. Se vengono preparati più architetti e musicisti di quanti ne possa assorbire il mercato del lavoro, e meno infermieri di quanti invece ne siano richiesti, è la scuola che deve evolversi rimodulandosi secondo il mercato del lavoro.

I giovani devono poter esprimere le loro competenze, per il bene presente e futuro del paese. Ma la politica ancora non ci è arrivata!

Zen (non verificato)
Amico mio, concordo con molte tue affermazioni, tranne questa: "Non è nemmeno un consiglio da ministro del lavoro; forse lo è da parroco e comunque, lo ripeto, i giovani già da anni si laureano in architettura per finire a fare gli infermieri, si laureano in medicina per fare i programmatori, si laureano al conservatorio di musica per poi fare i commerciali" Mai conosciuto un laureato in medicina che si "abbassi" a fare il programmatore, ne mai lo conoscerò: sviluppare software comporta un bagaglio di studi, conoscenze ed esperienze (oltre che predisposizioni) non comuni. E', decisamente, una tra le attività ingegneristiche più qualificate. Saluti.
gremus
Caro amico Zen, il termine "abbassi" lo usi tu e non io! Io parlo di diverse competenze. Sono un musicista (con 25 anni di esperienza) che deve fare il commerciale per poter continuare a fare il musicista. Mai pensato per un attimo di "abbassarmi" a fare il commerciale. Anzi.... Ricambio i Saluti!
Anonymous (non verificato)
il punto non è "abbassarsi". Il punto invece è che una persona forte dei suoi studi e (per chi non è più giovanissimo) forte del suo bagaglio di esperienza è costretto a spendersi in un campo che non è il suo con la conseguenza sociale che in molti posti di lavoro ci sono le persone sbagliate al posto sbagliato. Acquisire competenza e abilità di alto livello comportato studio e spesa di tempo non indifferenti che poi vengono buttati. Chi ne trarrà frutti marci saranno sia la società, per la ragione espressa qui sopra, e il lavoratore perderà inevitabilmente l'entusiasmo e l'amore per il proprio lavoro. Sempre più frequnete trovare segretaria e operai (laureati e soprattutto intelligenti) che si accorgono delle scelte errate dei loro imprenditori e manager anni prima prima che la barca affondi senza poter far nulla. La barca affonda inevitabilemente... e chi ne fa maggior spesa sono ancora gli anelli più piccoli dell'ingranaggio.

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