Il dubbio sull'Afghanistan

Il dubbio sull'Afghanistan

Difficile parlare di Afghanistan mentre il dubbio sta incominciando a limare qualche certezza. Il dubbio su tutto ciò che fino ad oggi è stato fatto in Afghanistan e su ciò che presumibilmente si farà da qui in poi. Difficile coniugare una posizione nel complesso filo-atlantica con i risultati ambigui che appaiono tirando una linea di somma parziale. Qualcosa non è andata come doveva andare e questo qualcosa rischia di diventare un "tanto" un "troppo" se non si analizzano questi risultati parziali.

Come avviene quando si danno i voti nel pattinaggio conviene condurre l'analisi eliminando le valutazioni estreme, quelle cioè che vorrebbero un intervento radicale e assoluto in Afghanistan, intervento militare si intende, e quelle che invece mirano al confinare la faccenda nel recinto delle questioni interne, lasciando che gli afghani si liberino da soli di parte di loro stessi.
Tra le due mi è più facile eliminare la seconda opzione, idiota e nefasta, non solo per gli effetti tragici che può avere sulla popolazione povera ed impotente afghana, ma anche per il pericolo immenso che può avere negli equilibri di tutta l'area, e forse di tutto il mondo.

Questo perché i recinti sono sempre pieni di falle, e normalmente le falle sanno sfruttarle i "signori del male", quelli che già oggi, da tutto il mondo, riescono a sostenere la produzione di oppio dilagante in tutto l'Afghanistan. E' bene ricordare che chi produce oppio, chi decide che è meglio convertire le culture dal grano ai bulbi oppiacei, lo fa perché il mercato (interamente estero) compra con foga tutto ciò che viene prodotto. L'Afghanistan oggi produce quasi l'intero oppio circolante sul pianeta, e incredibilmente, i compratori non hanno nessuna difficoltà a fare i loro commerci. E' comodo pensare che si tratti di interessi mafiosi; è più realistico immaginare interessi di alto cabotaggio, rigorosamente muniti di lasciapassare.

I signori del male sono anche quelli che fanno del terrorismo il loro modo di persuadere e di condizionare il mondo intero (si provi a prendere un aereo che fa rotta verso gli States per capire quanto terrore è stato seminato e come è stato munifico il raccolto) ma anche gli affari interni afghani. Un Afghanistan isolato sarà certamente un Afghanistan ripiombato nell'oscurità del fondamentalismo, reintrodotto a colpi di Sharia e di massacri reazionari: la via ad una restaurazione che non può che essere peggio di ciò che c'era ai tempi dei talebani al governo.

Però anche la prima opzione, quella dell'intervento radicale, è improponibile, perché finirebbe con lo scatenare in maniera parossistica tutte le frange estreme del quadrante mediorientale ed africano e forse anche qualche cosa di più.
Già oggi la situazione afghana è sensibilmente più complessa di quella che era ai tempi del primo intervento in Afghanistan. Lì c'erano da eradicare i talebani. Oggi ci si accorge che i talebani sono stati solo defogliati e non eradicati, ma in più si ritrovano ampie zone del paese che ora, più di prima, appoggiano i taliban, zone dove gli interessi nazionali-internazionali legati all'oppio rendono la faccenda molto pericolosa, zone dove le diverse etnie (prima fra tutte quella pashtun) cominciano ad essere insofferenti verso la presenza straniera, zone dove il governo Karzai non riesce nemmeno a far sentire la propria flebile voce, zone dove si stanno radunando milizie reazionarie grazie alle ampie ambiguità della posizione pakistana. Poi ci sono le Ong nazionali che non ne possono più dello strapotere non particolarmente efficiente delle Ong straniere; i signori della guerra rientrati dalla finestra al potere; i signori del male di mezzo mondo che seminano bucce di banana sulla strada di chi vuole mettere le cose a posto.

Detto questo, ed eliminati così i due estremi, viene da domandarsi: ma possibile che i grandi strateghi Onu, Nato e quant'altro, non abbiano minimamente saputo fare previsioni a medio e lungo termine, previsioni che sono il cuore di una vera strategia? Ed ora, nel pieno dell'operazione Achille, quale è il piano globale in una prospettiva che comprenda almeno i prossimi cinque anni?

Ed è qui che cominciano a sorgere i dubbi. Perché si può anche ammettere che la democrazia si possa esportare, anzi, proprio in questo blog, si è scritto qualche mese addietro qualcosa a favore di questo concetto; ma l'esportazione comporta poi fornire un libretto di istruzioni e una certa garanzia.

Che razza di esportazione di democrazia è quella che prevede che ripetuti interventi armati debbano sostenerne il radicamento? Sia in Iraq che in Afghanistan si è sbagliato nelle previsioni a medio e lungo termine, ma questo dovrebbe spingere gli strateghi a farle ora quelle benedette proiezioni in avanti, ora dovrebbero far sapere a quale strategia si stanno rifacendo, ora dovrebbero cominciare a prendersi qualche responsabilità.

Poi oltre alle strategie, sarebbe interessante capire in che maniera una neonata democrazia può sopravvivere se l'idea più brillante che sanno concepire i poteri esteri è quella di comprare l'oppio legalmente (a fini terapeutici), e magari anche il terrorismo (per la lotta alla mafia nostrana).
E se invece nella tratta di Confindustria e dei governi verso la Cina e l'India fosse stato fatto qualche scalo a Kabul, magari per garantire l'acquisto di grano o di lana o di qualche altro bene, magari anche esternalizzando a Kabul invece che a Timisoara? Chiaro che è difficile e rischioso, ma fa parte dell'esportazione della democrazia, fa parte del pacchetto, della garanzia.

Un Afghanistan lasciato economicamente solo, alla totale mercé dei signori del male è un Afghanistan dove la guerra sarà perenne, e dove i vincitori saranno i vinti e viceversa.

E ciò che per ora è un dubbio rischia di diventare una trave fra i ragionamenti e la realtà.

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